Il 26 Marzo 2018, abbiamo organizzato in collaborazione con UX Meetup, una serata dedicata al public speaking, dove Matteo di Pascale ci mostrerà, come grazie alle carte Cicero, ideate da Marco Venturini, Andrea Binasco e Matteo stesso, sia possibile presentare il proprio prodotto e il risultato della propria user research in modo epico.

Ma conosciamo un po’ meglio il nostro speaker: Matteo di Pascale

Matteo lavora nel campo del design da circa 8 anni anni, ha lavorato in agenzie a Milano, Amsterdam, Torino e Shenzhen, è fondatore di 3 startup, ha lanciato con successo 3 campagne Kickstarter, progettato tool per la creatività, scritto 4 libri, imparato il Public Speaking, condotto sessioni di coaching in azienda, insegnato la UX a studenti in tutta Europa. Insomma non si ferma un attimo!

Puoi spiegarci che cos'è la User Experience?


 “Quando le persone mi chiedono che lavoro faccio, spiego che io progetto sulla base di quello che potrebbero volere gli utenti e non su quello che può piacere a me”. Disegnare sulla base dei dati quantitativi e qualitativi raccolti, in modo da comprendere i loro reali bisogni.

 

La User Experience è “un processo del buon senso”, ovvero si cerca di capire dagli utilizzatori finali (dalla vera fonte), qual è il bisogno.

Se lavoro su un prodotto per fotografi e io non sono un fotografo, non ha senso mettersi a ragionare e pensare di poter dire di che cosa hanno bisogno e cosa vogliono. È molto più semplice e ragionevole chiedere direttamente a loro cosa gli serve e di cosa hanno bisogno.

Quando ne hai sentito parlare la prima volta?

 “Ad Amsterdam, circa 5/6 anni fa, ci chiamavamo Interaction Designer. Il termine UX Designer non era così in voga, almeno in Europa. Poi nell’arco di un anno, è cambiato il termine, probabilmente seguendo le mode e lo sviluppo dei prodotti digitali. Non a caso oggi, nel parlato, il termine UX è molto legato ai prodotti digitali”.

 

E' stato "amore a prima vista"?

“No, non è stato amore a prima vista. Mi sono sempre eccitato con il nuovo e con le possibilità di mercato. Sono partito da Communication design a Milano, un corso molto ampio che toccava dall’interaction design, alla pubblicità, al graphic design classico ecc...

Ho iniziato con la pubblicità e poi ho deciso di trasferirmi ad Amsterdam, dove tutto era improntato al digitale, con un approccio molto smart. Mi ci sono inserito a pesce e ho imparato tutto quello che questa esperienza poteva offrirmi.

Non è stato amore a prima vista proprio perché come creativo e designer mi adatto al mondo circostante per comprenderne le tendenze e le influenze.”

Secondo Matteo è importante capire che cosa piace fare, che cosa ti diverte e ti appassiona per poi incanalarlo in quelli che sono i flussi che segue il mercato.

 

Qual è il primo progetto su cui hai lavorato?

“Ho avuto un rapporto conflittuale con il design. Mi sono iscritto a Genova, ma in realtà avrei voluto fare Filosofia o Matematica. Ogni anno, alla fine dell’anno pensavo di voler mollare perché mi sembrava non mi stesse dando quello che mi serviva. Ho portato a termine gli studi per completare un percorso, e solo dopo, nel mondo lavorativo, ho scoperto che all’Università c’erano diverse cose che mi piacevano e che studiandole, mi sarebbero servite.

Studiare design e comunicazione ti permette di fare tutto ciò che si vuole. Ti faccio un esempio, anche rispondendo alla tua domanda: il mio primo progetto, un progetto di comunicazione, è stato al quarto anno di Università, quando ho scritto un libro e ho creato in autonomia la campagna pubblicitaria. A oggi potrei definirla una campagna cross mediale, dalla quale ho ottenuto dei risultati interessanti.

È stato un bel insegnamento che non avevo colto all’epoca, ma che colgo ora, sul fatto che essere designer permette di attingere a risorse che altrimenti e costerebbero e che oggi sono fondamentali per qualsiasi progetto.

Sicuramente oggi, la progettazione mescolata alla comunicazione è fondamentale.”

 

Che cosa è cambiato da allora? Immagino che il tuo approccio si sia modificato con l'esperienza?

“A oggi so fare una differenza maggiore su quello che è una buona progettazione – fare un buon prodotto, ovvero un prodotto davvero usabile, – e la comunicazione dei valori correlati. Quest'ultima è strettamente collegata alla vendita: se non vende non è creativo.

Per creare un prodotto di successo ci vuole il mix: progettare bene e saper vendere. Una comunicazione deve essere fatta bene e per farlo è necessario comprendere bene il prodotto che stai vendendo.”

 

Ti è mai capitato di vendere un prodotto di cui non avevi compreso a pieno l’essenza?

“Si mi è capitato con un mio prodotto: le carte della creatività.

Inizialmente le pensavo come un prodotto più leggero. Le ho fatte di getto, mi erano piaciute molto e le volevo vendere senza pensare bene cosa stavo proponendo sul mercato.

A volte è difficile trovare i punti di forza dei propri progetti e comunicarli con correttezza. Con i clienti, facendo tante domande, si crea uno schema mentale più lineare e quindi con il confronto, i punti di forza appaiono più semplici e chiari.”

 

E poi che cosa è cambiato? Come hai fatto a comprenderne il significato?

“Usandole in prima persona ho capito per cosa potevano essere utilizzate e cosa si aspettavano le persone che avevo di fronte: una cosa facile e veloce. Quindi ho dovuto spiegare che lo strumento non è rapido, magico o un risultato misurabile, ma è un processo creativo costante.

 

So che hai lavorato anche all'estero, noti delle sostanziali differenze tra come viene concepita lo UX Design qui e come viene concepita all'estero?

La differenza principale è su come viene percepito il lavoro. C’è più rispetto per il lavoro in generale, c’è una cultura lavorativa più improntata alle persone, più meritocratica.

 

La Ux in Italia sta arrivando solo adesso, se ne sente parlare di recente. Questo è dettato anche da una carenza di luoghi e di servizi per la formazione, c’è ancora molta ignoranza, tante risorse sono in inglese e non accessibili a tutti. 

All’estero c’è più rispetto per la materia, gli si dà molta più importanza. Ad esempio durante i colloqui con Aziende estere, le domande vertevano principalmente sul processo e non tanto sulle skills grafiche. A loro interessava capire se io utilizzavo il processo (piena padronanza del modo di lavorare) che avevano in mente.

In Italia invece molto spesso gli strumenti della UX sono utilizzati per vendere, per mostrare al Cliente il lavoro fatto, sfruttando il processo senza valorizzarlo.

 

Come sono nati Fabula e Cicero?

“Fabula è nato mentre stavo scrivendo un libro. Solitamente quando devo sistemare alcune cose del libro, inizio a tappezzare il muro di post-it per vedere visivamente la successione dei capitoli.

Questo si è mescolato con delle chiacchiere con il mio migliore amico, sul Viaggio dell’eroe di Vogler, (teoria di Storytelling) e così abbiamo iniziato a pensare di creare una struttura che aiutasse a non mettere i post-it a caso sul muro, ma che seguisse un criterio strutturato ed un rigore nello sviluppo delle idee. Così è nato Fabula.

È andato bene, un prodotto di nicchia che è piaciuto molto, soprattutto in Italia.

Poi abbiamo ricevuto la chiamata da uno SpeechWriter di Roma, Marco Venturini, che ci ha chiesto di creare insieme un Fabula per il public speaking.

Questa storia è divertente perché il giorno prima, ero in Cina, al telefono con il mio migliore amico, e gli stavo anticipando che avremmo potuto customizzare Fabula per il public speaking, chiamandolo CICERO. E così è nato!

Sono prodotti simpatici, come dei libri, ma con un’accessibilità più rapida. Non si devono leggere 300 pagine di manuale di public speaking, Fabula e Cicero sono semplicemente due strumenti per apprendere meglio e più in fretta.”

 

Quale consiglio daresti a chi sta per iniziare un percorso in questo settore?

Innanzitutto capire che cosa vuole fare, ma per tutti il consiglio è fare gavetta.

Se avessi 20 anni e volessi fare UX, e non avessi un gran budget a disposizione, leggerei tutto quello che posso in tema, disegnerei alcune app per i fatti miei, un tentativo artigianale per creare un portfolio. Sceglierei un’azienda che mi piace, andrei lì e farei uno stage per apprendere ed imparare.

In ogni caso, chi incomincia deve tenere bene a mente che: “non è che prendi la patente e sai guidare”!

 

What's next?

Al momento mi sto dedicando ai miei corsi di UX on line ed in parallelo sto cercando di lavorare con aziende proponendo processi UX su prodotti che non stanno chiedendo. Lavorare su una necessità non ancora espressa. Vorrei fare esperimenti per capire se può prendere ed essere di successo.

La vera domanda che mi devo porre è se rimanere in Italia oppure no. Ho sempre la percezione che le cose siano troppo lente. L’obiettivo adesso è di provare questa nuova strategia e vedere se riesce a restituire i risultati che mi aspetto.

 

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